Fonte d’amore

Il pubblico è seduto, sotto un organo imponente. Al gesto del direttore, iniziamo a cantare: Stabat Mater dolorósa / iuxta crucem lacrimósa, / dum pendébat Fílius. È lo Stabat Mater di Joseph Haydn, una delle numerose versioni musicali di un’antica preghiera, che nella storia della musica ha avuto una grande fortuna. L’orante riporta, per prima cosa, il dolore di Maria ai piedi della Croce, ma poi – più importante – la prega di renderlo partecipe del suo pianto. Eia, mater, fons amóris, / me sentíre vim dolóris / fac, ut tecum lúgeam. Nei mesi passati, a cantare queste parole, ho avuto spesso in mente la fotografia vincitrice del World Press Photo of the Year, di Mohammed Salem. L’immagine – una pietà moderna – ritrae una donna palestinese che abbraccia il cadavere della piccola nipote, uccisa da un missile israeliano. Tra queste due realtà c’è un nesso, poco importa che si tratti di un figlio o di una nipote, della Passione o della guerra. Solo partecipando al dolore intorno a noi, attraverso la sofferenza degli altri, è possibile giungere alla “fonte d’amore”, amare, e quindi portare amore nel mondo. È l’unica via, altrimenti perché bisognerebbe patire se non si è coinvolti, pregare persino, di portare dentro di sé la morte altrui? fac, ut ánimae donétur / paradísi glória. / Amen. Senza queste riflessioni, cantare in latino uno Stabat Mater del XVIII secolo non ha alcun senso.

Per ricevere le novità della Salamandra iscriviti al Canale Telegram o al Canale Whatsapp.