La voce umana

Settimana scorsa ascoltavo un concerto, in una chiesa che sta davanti a un parco pubblico. Questo non è un giardino qualsiasi, ma una piazza di spaccio, dove gli immigrati, i senza tetto, tutti gli esclusi e gli emarginati della città si ritrovano a passare il tempo, bere e fumare. I loro schiamazzi penetravano dai massicci portoni di legno e nei momenti di pausa, tra un movimento e l’altro, li ascoltavamo in silenzio. Il contrasto mi ha fatto pensare a Ce qu’on entend sur la montagne, di Victor Hugo. È una poesia basata su un’esperienza simile: in cima a una montagna, Hugo ascolta “il canto universale”, un concerto che avvolge il mondo come fa l’aria, composto da due voci che risuonano giorno e notte, per l’eternità. Una proviene dall’oceano, gioiosa e pacifica; loda la bellezza della creazione e sale verso Dio, portata dalla brezza marina. L’altra si leva “dalla terra ove noi siamo”, è il triste vociare umano, stridente e tumultuoso, fatto di pianti, grida, maledizioni e bestemmie. Per Hugo le due voci sono mescolate tra loro ma distinte, l’inno della natura da una parte, il rumore del genere umano dall’altra. Franz Liszt, invece, nel suo omonimo poema sinfonico, ispirato da Hugo, si discosta da questa visione. Nella conclusione scrive un corale, un Andante religioso, simbolo di un’umanità che non è solo infernale, ma che immersa in una grande sinfonia sa anche cantare.

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