Guerra significa morte. Questa è l’idea di Benjamin Britten, alla base del suo War Requiem. Le preghiere della messa per i defunti sono affiancate ai versi di Wilfred Owen, soldato-poeta caduto nella Grande Guerra, e tutto nella composizione è al servizio di questo contrasto: dall’opposizione di due orchestre – una sinfonica e una da camera – ai contenuti conflittuali dei testi scelti. La fine del Dies Irae è uno dei momenti in cui questa contrapposizione appare con maggiore evidenza. Il soprano, accompagnato dal coro, canta una melodia tanto pura da essere angelica, ma la magia sfuma presto e chi ascolta si ritrova all’improvviso nella realtà della trincea. Il tenore declama Futility, in cui Owen, di fronte a un cadavere, mette in dubbio il senso della creazione intera. Le due dimensioni si alternano tra loro e ogni volta, in modo sempre più stretto, dalla bellezza assoluta si è brutalmente riportati nella povertà terrena. Al di là dei contrasti, però, l’opera è un viaggio verso la riconciliazione. Nel Libera me conclusivo, tenore e baritono danno voce a due soldati morti, nemici sul campo di battaglia e ora amici, nonostante uno riconosca nell’altro il suo assassino. Le loro ultime parole, “Let us sleep now…”, si intrecciano con tutto l’organico, che per la prima volta suona nel suo insieme. L’eterno riposo viene concesso, la luce perpetua splende, la pace subentra alla guerra.
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