La fine del tempo

15 gennaio 1941, ore 18.00. Quattrocento prigionieri di guerra si raccolgono nella baracca n. 27 del campo di concentramento VIII-A, presso Görlitz, oggi sul confine tra Germania e Polonia. Qui vivono un’esperienza insolita: quattro dei loro compagni eseguono la prima del Quatuor pour la fin du temps, di Olivier Messian, che oltre a essere il compositore è anche pianista del quartetto. L’opera, ispirata alla Rivelazione di Giovanni, ha come tema il tempo umano, con le sue tristezze e stanchezze, ed è una lode all’eternità divina, che gli anni non possono consumare. Messiaen descrive ciascuno degli otto movimenti nella prefazione, dove troviamo scene definite, come il canto mattutino degli uccelli tra gli alberi, o semplici suggestioni, come le “dolci cascate di accordi blu-arancio”. Nell’ultimo movimento, Lode all’Immortalità di Gesù, “tutto è amore”, scrive Messiaen. Il pianoforte suona una successione di accordi formati, per quasi dieci minuti, sempre dalla stessa cellula ritmica – tu-tum… tu-tum… il battito di un cuore – mentre il violino esegue un lungo solo, “l’ascesa dell’uomo verso Dio”. Più si considera il contesto in cui nasce quest’opera – la prigionia sotto i nazisti – e più se ne coglie il valore. Quel 15 gennaio il quartetto di Messiaen pone fine al tempo e realizza, nel cuore di ogni prigioniero, il “desiderio di luce, di altezze, di arcobaleni, di canti gioiosi”.

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