Il nostro destino

Ho avuto l’occasione di incontrare una donna libanese, il giorno in cui Israele ha invaso il Libano. Ho ascoltato il suo pianto, la sua rabbia e le sue parole: la guerra, ha detto, che fosse per la religione, per il colore della pelle o altro, è sempre stata fatta e sempre si farà, “perché l’essere umano è stupido”. Quello stesso giorno, alla sera, ho ascoltato il Schicksalslied di Johannes Brahms. Il brano è per coro e orchestra ed è composto da tre strofe, del poeta Friedrich Hölderlin. Le prime due descrivono la condizione dei genii beati, immersi nella luce e immortali, senza destino “come il poppante che dorme”, il cui spirito fiorisce in eterno. La terza, invece, tratta l’essere umano e la sua sorte, ossia quella di cadere nel dolore ciecamente e non trovar mai pace, come l’acqua quando precipita da una pietra all’altra. Se nella prima parte i versi sono musicati con armonie dolci e soavi, nell’ultima strofa Brahms crea un’atmosfera tormentata e dà vita ad esplosioni terrificanti. Al contrario della poesia originale, però, l’opera si conclude con un ritorno alla calma iniziale. Gli studiosi si sono sbizzarriti per spiegare la scelta, ma a me sembra che parli da sé. Veramente il nostro destino è solo quello di sprofondare? Presumo che Brahms non fosse di questa idea. Le “aure divine” possono sfiorare anche l’essere umano, proprio “come le dita dell’artista / le sacre corde”.

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