Una marea di moribondi si riversa nella baracca. Si spingono, si calpestano, ed Elie viene gettato a terra. Nessuno ha le energie per gridare, solo un rantolo arriva alle sue orecchie: “Mi state schiacciando… pietà!”. Sotto di lui Juliek non riesce a respirare, ma Elie stesso cerca un accesso all’aria, graffia e morde per liberarsi. In quella massa i due si riconoscono e a fatica si scambiano poche parole. Sta bene, dice Juliek, ma il suo violino… Elie crede abbia perso la ragione. Sono reduci da una marcia della morte, 70 km nella neve e senza sosta, cosa c’entra il suo violino? “Ho paura… che si rompa… il violino… L’ho… l’ho portato con me”, ansima Juliek. È notte, l’oscurità e il silenzio sono totali. I morti sono ammucchiati sui vivi, eppure, “sull’orlo della propria tomba”, Juliek ha come primo pensiero il suo violino, l’ultimo contatto con la vita che gli è rimasto, e si mette a suonare Beethoven. Così ricorda Elie Wiesel, sopravvissuto della Shoah e premio Nobel per la pace, nel libro La notte. “Non avevo mai ascoltato suoni così puri”, si legge, “era come se l’anima di Juliek gli servisse da archetto”. Musica e vita coincidono, questa è la verità che emerge dalla testimonianza. Ed è una verità che appare anche nel suo contrario. Il giorno dopo, al risveglio, Elie vede Juliek ripiegato su di sé, morto. Accanto a lui giace il violino, “piccolo cadavere” pestato e schiacciato.
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