Nella famosa ballata di Samuel Taylor Coleridge, il marinaio viene castigato per aver ucciso l’albatro, “uccello di buon augurio”. I suoi duecento compagni d’equipaggio muoiono all’istante e per sette giorni e sette notti egli vive tra i morti. Intorno alla nave, nel “mare putrescente”, “infiniti viscidi corpi” lo circondano. Nella quarta parte, però, si compie la conversione del protagonista e la situazione si ribalta. Le forme striscianti diventano “beate creature”, serpenti marini dalla “variopinta veste”, che lasciano scie splendenti e che il marinaio contempla e benedice al chiaro di luna. I cadaveri sul ponte vengono rianimati da spiriti angelici e all’alba i risorti cantano “dolci note”, descritte da Coleridge come uccelli che sfrecciano verso il sole e planano lenti. Quello che sente il marinaio è a volte un’allodola solitaria, un flauto solo, a volte è “un gran concerto”, uno stormo intero che riempie il cielo e il mare del suo “dolce gorgheggiare”. In senso ampio, La ballata del vecchio marinaio parla di noi. Quante creature innocenti, nel viaggio della storia umana, sono state ammazzate? Quante lo sono oggi? Il marinaio senza nome può essere chiunque e la sua conversione è un esempio da seguire. Che lui sia graziato da un santo protettore non significa che la grazia sia esclusiva: da decenni egli gira il mondo per raccontare la sua storia e chi l’ascolta diventa più saggio.
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