La piccola magia. Incontro con Lucia D’Anna

Negli ultimi mesi, ad ascoltare e leggere quello che accade tra Israele e Palestina, ho pensato più volte che questa situazione, con le sue particolarità, fosse rappresentativa di un problema più ampio. Non tanto perché coinvolge effettivamente altre nazioni, il mondo arabo quanto gli Stati Uniti e l’Europa, quanto per ciò che rappresenta: l’incapacità che da sempre ha l’essere umano di coesistere in pace con i suoi simili.

È da qui che inizio la mia conversazione con Lucia D’Anna, violoncellista che vive e insegna a Gerusalemme da dieci anni. Di recente D’Anna ha pubblicato per Sonitus Edizioni il libro Terra non promessa, una raccolta di storie che narrano la realtà quotidiana di ambo le parti, Israele e Palestina. Il titolo gioca sull’ambivalenza del luogo in cui vive, una terra promessa che promessa non è affatto, che dovrebbe essere Santa, come viene spesso ricordato tra le pagine, ma che ogni giorno di più perde questo aggettivo.

“Teatro di lotte da migliaia di anni, incrocio di culture, punto chiave delle tre grandi religioni, il paese con il paesaggio tra i più vari e i più belli in uno spazio molto ristretto”, scrive D’Anna: all’interno di questa descrizione si trova la miniatura del nostro mondo, che in ugual modo si divide tra orrore e bellezza. È per via di questo legame che l’attuale crisi in Medio Oriente richiede un’attenzione speciale. La distruzione di una terra potenzialmente bellissima, così come la rovina di due popolazioni entrambe intelligenti, sono una sconfitta per tutti quanti. La questione Israelo-Palestinese, come si legge nel libro, è “una grande prova per tutta l’umanità”.

Alla mia domanda di come stia vivendo questi mesi, D’Anna mi parla di paura, tormento e stanchezza. Tuttavia, anche se non sembra esserci speranza, dice di volerci credere: “voglio ancora sperare che prima o poi una soluzione la si troverà, che gli esseri umani si risveglieranno dal loro torpore, dalla loro indifferenza, strabuzzeranno gli occhi accecati dal dolore e faranno un tentativo di coesistenza.” Nel frattempo, mi dice, quello che la sta aiutando è dedicarsi alla propria comunità, il che significa raccogliere soldi per chi ne ha bisogno, o più semplicemente stare con suo figlio e i bambini a cui insegna, prendersi cura di questi piccoli esseri umani non ancora compromessi dall’odio. Mentre fuori tutto va male, la salvezza sta nel coltivare una piccola isola di felicità intorno a sé.

Per quando riguarda il violoncello, invece, mi confessa di avere poca voglia di fare concerti. Li sente come dei momenti utopistici, che stanno all’infuori della realtà che la circonda, vale a dire la guerra. Ma ciò non significa che abbia abbandonato la musica: questa, infatti, non serve solo a evadere dalla violenza o dalla tristezza, per dimenticare o sentirsi meglio, ma può significare molto di più, e D’Anna me ne porta un esempio concreto.

Un suo allievo, adolescente palestinese, da un giorno all’altro si è ritrovato con il padre arrestato e una famiglia da mantenere. Per necessità ha iniziato a vendere sigarette per strada e a lezione non si è più fatto vedere. D’Anna e i colleghi si sono messi a cercarlo, ma quando finalmente un insegnate l’ha trovato, questo ragazzo ha cercato di picchiarlo. Anche nei giorni successivi, quando sono riusciti a riportarlo a scuola, non voleva altro che picchiare tutti, bambini e docenti. Solo dopo una settimana ha ripreso tra le mani il violoncello. Subito ha suonato il suo brano preferito, ma non appena l’ha terminato è scoppiato a piangere. “In quel momento”, racconta D’Anna, “è tornato a essere un ragazzo della sua età. Chi non riceve un’occasione come questa sicuramente si unirà alle milizie e ai terroristi.” Ecco cosa può fare la musica: regalare una nuova possibilità di vita, fare in modo che i giovani di quella terra sfortunata non si radicalizzino, superino la depressione e la rabbia.

A questo punto, il tema del riscatto amplia l’argomento, perché D’Anna ha un’altra esperienza da condividere a proposito. Recentemente, a Roma, ha tenuto un concerto insieme a due sue allieve e al violoncellista Luca Franzetti, il quale ha suonato un “violoncello del mare”. Questo strumento, costruito nel carcere di Opera, in un laboratorio di liuteria, è così chiamato perché il legno che lo compone deriva dalle barche sequestrate a Lampedusa, usate dai migranti per raggiungere l’Europa. Il progetto da cui è nato, ideato e promosso dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, è una lode alla rinascita: da una parte offre una nuova prospettiva di vita ai detenuti, dall’altra trasforma il legno, che da testimone di dolore e morte diventa strumento per cantare e suonare.

D’Anna mi parla del concerto. Tra i musicisti e il “violoncello del mare” si sono incontrate storie e vicende distanti tra loro, ma solo in apparenza, perché il desiderio di libertà che spinge i migranti attraverso il Mediterraneo è lo stesso che provano i palestinesi, così come sono uguali la violenza e la disuguaglianza che entrambi subiscono. Il programma che hanno scelto ha visto opere di autori europei, ma si è concluso con dei canti mediorientali, arrangiati per l’occasione. Il successo maggiore l’hanno avuto proprio questi ultimi brani, che nonostante la loro diversità hanno saputo parlare al pubblico, tanto da provocare lacrime tra gli ascoltatori.

La musica ha compiuto “la sua piccola magia”, come la chiama D’Anna, quella di “stare seduti vicini di nuovo, riscoprire la bellezza di poter essere uniti da un’arte e non divisi dall’odio”. È la piccola magia di cui avremmo bisogno oggi, in Medio Oriente e in tanti altri luoghi del mondo: trascendere le differenze e riconoscerci nella nostra comune umanità.


Nata a Varese nel 1992, Lucia D’Anna ha studiato violoncello e pedagogia musicale. Come concertista ha fatto parte del l’Orchestra Sinfonica di Milano. Da dieci anni vive a Gerusalemme, dove ha formato la sua famiglia. Insegna presso il “Magnificat” Institute of Music, lavora al “Barenboim-Said” Institute e svolge numerosi progetti di educazione musicale con bambini palestinesi. È corrispondente per Rai Radio 2 e scrive articoli per La Prealpina di Varese e la rivista online Nazione Indiana. Da marzo 2025 è inoltre ricercatrice presso l’Università UNIMORE di Modena e Reggio-Emilia. I soldi provenienti dalla vendita del suo libro,Terra non promessa, sono destinati a finanziare attività musicali in asili e scuole di Gerusalemme e Betlemme e a supportare l’attività del liutaio palestinese Shehadeh Shalalda.

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