Il 7 dicembre ha visto la Prima del Teatro alla Scala. Ad aprire la stagione è stata La forza del destino, di Giuseppe Verdi, un’opera che è ambientata nel XVIII secolo, durante la guerra di successione austriaca. La regia, di Leo Muscato, ha scelto di collocare i quattro atti in quattro secoli diversi, dal ‘700 ai giorni nostri, così da narrare la guerra come un evento ciclico. Da questa concezione – già presente in Verdi, che assegnò una stagione differente a ogni atto – è nata una “ruota del destino”, un palco rotante che viene allestito nella sua parte nascosta, mentre quella visibile è in scena. L’idea è stata rafforzata anche dall’inaugurazione stessa: nel palco reale era seduta Liliana Segre, tra le ultime vittime della Shoah rimaste in vita, che oggi si ritrova a vedere nuovamente l’odio dilagare. In quello che sembra un destino immutabile, però, Verdi trova conforto nella religione, che nell’opera ha effetto salvifico. Un esempio su tutti è la scena del secondo atto in cui, in un’osteria, si canta “È bella la guerra! Evviva la guerra!”. Contadini e mulattieri non solo vengono interrotti dal passaggio di alcuni pellegrini, che pregano in coro, ma addirittura si uniscono alla preghiera. Alla componente religiosa Verdi affida il compito di calmare ed elevare l’anima, di illuminare la ragione, affinché “l’inferno non trionfi” e nella ruota del destino vi sia anche redenzione.
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