Nel suo secondo libro, La tregua, Primo Levi racconta i mesi successivi ad Auschwitz. Sono mesi di grande precarietà e miseria, senza cibo e vestiti, vissuti nel freddo e nel fango, tra la debolezza e la malattia. Quando la guerra finisce, l’8 maggio del ‘45, Levi si trova insieme ad altri ex-prigionieri nel campo di Bogucice, sotto comando sovietico. La fine della guerra, ormai, era una notizia attesa da giorni e i russi, per quella sera, hanno già organizzato una festa. Nella palestra di una scuola viene messo in piedi uno spettacolo teatrale offerto agli ospiti del campo, con recitazioni, cori e danze. Tutto è improvvisato, dal sipario alle luci, dagli attori al programma; la messa in scena è senza pretese e spesso puerile, eppure, tra canti slanciati e danze vertiginose, l’entusiasmo e gli applausi della platea sono incontenibili. Il pubblico esce dal teatro quasi commosso, dice Levi, perché quell’esperienza, nonostante i suoi limiti, ha presupposto in loro qualcosa di “antico e robusto: una giovanile, nativa, intensa capacità di gioia e di espressione”. L’episodio narrato ci ricorda che oggi, per risanare un mondo al tracollo, l’unico rimedio è diffondere il calore, la vita e la libertà che l’arte trasmette, così da accendere quella “amorevole e amichevole famigliarità” che Levi riscopre dopo l’orrore del Lager, presente in tutti noi ma debole, malata e sporca di fango.
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