Quello che segue è un percorso attraverso Ein deutsches Requiem di Johannes Brahms, un’opera che ho potuto cantare lo scorso 16 novembre insieme al Freiburger Bachchor, presso la Konzerthaus di Freiburg.
Non vuole essere né un’analisi approfondita né un’interpretazione completa, quanto semplicemente la condivisione di un mio punto di vista, movimento per movimento.
Premetto che, se ho parlato unicamente di ucraini e palestinesi, è solo perché in un modo o nell’altro fanno parte della mia vita: ciò che scrivo vale per tutta l’umanità che soffre e muore, giorno dopo giorno, in ogni luogo.
Selig sind, die da Leid tragen, denn sie sollen getröstet werden.
Ein deutsches Requiem si apre con una promessa. “Beati coloro che sono afflitti, perché saranno consolati”: è la prima beatitudine di Gesù, enunciata nel Discorso della Montagna secondo il Vangelo di Matteo. Brahms la usa come incipit, scrivendo pagine capaci di regalare, grazie alla loro dolcezza, il più amorevole conforto possibile, dedicato a chiunque sia tormentato e preso dal dolore.
Ogni singola nota di questo movimento è un concentrato di energia, che a parte due momenti di slancio viene sempre contenuta, in attesa che la promessa si realizzi. È musica carica di fiducia, calma e sicura, con cui Brahms vuole infondere, in chi fa fatica a trovarli, senso e speranza per continuare a vivere.
Oggi sono due milioni gli afflitti, nella Striscia di Gaza. Rinchiusi in pochi chilometri quadrati, rimangono attaccati alla vita e sopravvivono come possono. Da due anni sono vittime delle privazioni più brutali, che sono completamente al di là di ogni immaginazione, per chi non le ha viste con i propri occhi o vissute sulla propria pelle; tanto estreme che io, anche se informato ed empatico, dalla mia scrivania non posso descriverle.
A questi afflitti fa la sua promessa, il Requiem tedesco. La prima delle beatitudini evangeliche si rivolge a Gaza e ai suoi abitanti, così come le due successive, che Gesù pronunciò poco lontano dalla Striscia: “Beati i miti, perché erediteranno la Terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.
Denn alles Fleisch, es ist wie Gras und alle Herrlichkeit des Menschen wie des Grases Blumen. Das Gras ist verdorret und die Blume abgefallen.
Con il secondo movimento, lo scenario cambia completamente. Dalle prime note minacciose ha inizio una marcia funebre, ritmata da colpi di timpano, durante la quale il coro intona cupamente: “Poiché la carne è come l’erba e tutta la gloria dell’uomo è come il fiore dell’erba. L’erba si dissecca e il fiore appassisce”. Sono frasi che dopo la prima esposizione vengono ripetute una seconda volta, al culmine di un lungo crescendo, in cui il timpano si fa martellante. A questo punto il coro diventa qualcosa di più di un insieme di persone, si esprime con una potenza che non è muscolare o violenta, ma è piuttosto data dal peso della verità rivelata, che si apre come una voragine, una legge divina che sta al di sopra di quelle terrene ed è ineludibile.
Quando penso a questa immagine – la carne come l’erba – rivedo mentalmente una fotografia di Igor Tkachov, scattata nella regione ucraina di Charkiv. La foto non mostra altro che una strada, sulla cui sponda però, nell’erba alta, si distinguono i corpi di due soldati russi morti. Le braccia e i volti non rientrano nell’inquadratura, solo i busti e le gambe sono visibili, avvolti da ciuffi verdi e rigogliosi.
Herr, lehre doch mich, dass ein Ende mit mir haben muss, und mein Leben ein Ziel hat, und ich davon muss. Siehe, meine Tage sind einer Hand breit von dir, und mein Leben ist wie nichts vor dir. Ach, wie gar nichts sind alle Menschen, die doch so sicher leben. Sie gehen daher wie ein Schemen, und machen ihnen viel vergebliche Unruhe: sie sammeln und wissen nicht, wer es kriegen wird.
“Signore, fammi conoscere il mio destino, il fine della mia vita e perché dovrò partire. Guarda, i miei giorni sono lo spazio di un istante per te, e la mia vita è come niente per te”. A cantare queste parole è un baritono, voce solista nel terzo movimento e simbolo dell’uomo che, di fronte a Dio, si manifesta nella sua piccolezza e nullità. Nel considerare la propria fine egli appare impaurito, quasi disperato, e da come scongiura e si mostra sottomesso, me lo immagino inginocchiato e col viso rigato dalle lacrime.
Durante la sua supplica i testi vengono ripresi dal coro, che così facendo li amplifica. L’intreccio tra questi – ora in sussurro, ora ad alta voce – culmina in un brevissimo momento orchestrale, che nel pp compare in ff, istantaneo come un lampo, e ancora una volta fa pensare al divino che si rivela. Se si riesce a creare la giusta tensione, questi pochi minuti sanno essere veramente sconvolgenti. Io, in occasione di una prova, per un attimo non sono più riuscito a cantare, tanto ne ero rapito.
Il testo prosegue con le frasi: “Ah, come sono nulla tutti gli uomini che vivono così sicuri. Ma essi spariranno come ombre, e tutto il loro affannarsi sarà stato vano: poiché essi accumulano, ma non sanno chi ne approfitterà”. Qui abbiamo il trionfo della morte, l’unica a governare per davvero nel mondo, con la corona in testa, come nelle antiche pitture del Medioevo. I secoli sono passati, ma il testo del Requiem tedesco rimane comunque attuale e gli uomini a cui fa riferimento sono ancora presenti, tanto in Europa quanto in Medio Oriente. Nel loro senso di onnipotenza e superiorità, nella brama di averi e dominio, essi invadono e sottraggono a scapito degli altri, anche a costo di uccidere, senza considerare che finiranno in polvere – loro, le loro conquiste e le illusioni che li animano. La morte fa cadere tutte le nostre false disuguaglianze, perché ogni uomo è uguale all’altro, sotto la sua falce.
Wie lieblich sind deine Wohnungen, Herr Zebaoth!
È ancora notte e io mi trovo in macchina, con altri tre coristi. Ci dirigiamo verso un monastero al confine con l’Alsazia, dove si terrà il nostro Probenwochenende, “fine settimana di prove”, in vista dell’ormai vicino concerto. Attraverso il finestrino assisto all’alba, uno spettacolo tanto ordinario e ignorato nella vita di tutti i giorni, quanto spettacolare se lo si osserva, che ha trasformato il mio viaggio in autostrada in due ore speciali.
In testa, senza pensarci razionalmente, mi ripeto come un mantra alcuni frammenti del quarto movimento. È la parte più spensierata di tutto il Requiem tedesco, una lode in cui si canta “Come sono dolci le tue dimore, Signore”. Mentre osservo il cielo luminoso e i colori del bosco davanti a me, la bellezza delle betulle dai tronchi bianchi con le loro chiome autunnali, posso solo pensare che “le tue dimore” sono quelle che già abitiamo su questa terra. Purtroppo però, è altrettanto inevitabile pensarlo, non tutti le abitiamo con gli stessi diritti.
Il coro di cui faccio parte si ritrova settimanalmente nella sua Bachchorhaus, un grande edificio costruito appositamente per le prove, grazie ai tanti finanziamenti che riceve. “La nostra dimora” è situata appena fuori dalla città, in riva al fiume e tra due colline boscose, vicina a delle querce su cui d’estate, nei mesi più caldi, le cicogne fanno il nido. La sala principale, interamente in legno, dispone di uno Steinway & Sons a coda ed è così ampia da poter offrire, davanti ai gradoni per i coristi, spazio per un’orchestra intera.
Altrove, in Palestina, un popolo è costretto alla segregazione, come in gabbia. La sua esistenza è violata, ogni giorno di più viene umiliato e sottoposto a restrizioni logoranti. Un palestinese svolge la propria vita sotto sorveglianza e nell’oppressione – sempre che la vita non gli venga tolta. Per quanta dolcezza vi riesca a trovare, la sua dimora ha un gusto amaro – sempre che una dimora ce l’abbia, che non gli venga distrutta con i visi coperti o dai bulldozer, sottratta con le aggressioni o dall’esercito.
Ihr habt nun Traurigkeit; aber ich will euch wiedersehen, und euer Herz soll sich freuen, und eure Freude soll niemand von euch nehmen.
V. è una ragazza ucraina, di diciassette anni. Dall’invasione del suo paese è rifugiata in Germania, insieme alle due sorelle minori. A un dito della mano porta un anello, su cui lei stessa ha inciso, all’interno, la data di morte di sua madre, mancata ancora prima della guerra. Del padre non mi ha mai parlato e non ne so niente, ma dato che vive in una comunità per orfani, presumo che un padre non l’abbia mai avuto.
Con il tempo ho osservato la sua stanza cambiare. All’inizio i muri erano spogli, privi della più minima decorazione, ma con il passare dei mesi sono comparse le prime fotografie, che la ritraggono con le sorelle di sangue e quelle acquisite. In seguito, sopra la scrivania, V. ha appeso alcuni suoi disegni e dopo un po’, di fianco a questi, persino quello di un suo compagno di classe, ricevuto in regalo. L’ultima volta che ci sono entrato ho avuto una sorpresa, perché ora, a farle compagnia, vi hanno trovato posto tante piante diverse, il segnale più lampante della vita che ha ripreso il suo corso.
Tra tutti i movimenti di Ein deutsches Requiem, il quinto è l’unico ad avere una voce solista femminile. Brahms lo compose dopo gli altri sei, in seguito alla morte della madre, e per questi motivi può essere considerato una sorta di dedica nei suoi confronti. La soprano canta: “Ora siete nella tristezza; ma io vi rivedrò ancora, e il vostro cuore tornerà gioioso, la vostra gioia nessuno potrà togliervela”. Riecheggia la prima beatitudine dell’apertura e di nuovo Brahms, questa volta esponendosi in prima persona e portando allo scoperto la sua esperienza, rilancia l’idea di una vita inarrestabile, che nemmeno la morte può piegare.
Denn es wird die Posaune schallen und die Toten werden auferstehen unverweslich und wir werden verwandelt werden. Dann wird erfüllet werden das Wort, das geschrieben steht. Der Tod ist verschlungen in den Sieg. Tod, wo ist dein Stachel? Hölle, wo ist dein Sieg?
Tutto si trasforma nel Requiem tedesco, dall’inizio alla fine. Conclusa la marcia funebre del secondo movimento, segue una fuga dal carattere completamente opposto, un’esplosione improvvisa di giubilo che ripete per ben sessanta volte la parola Freude, “gioia”, promettendola per l’eternità.
Un altro passaggio del genere avviene nel terzo movimento, in seguito al confronto dell’uomo con Dio. Dopo aver chiesto a più riprese e con insistenza “Ora, Signore, chi potrà consolarmi?” – Nun, Herr, wess soll ich mich trösten? – tutta l’irrequietezza e la tensione si disperdono e scompaiono, come le nuvole prima dell’alba: appaiono i primi chiarori all’orizzonte, spuntano i raggi del mattino, orchestra e coro si mettono in moto e il giorno nuovo comincia a nascere. Inizia una nuova fuga, portatrice di luce e speranza, che, a giudicare dalle imitazioni tematiche e dai vocalizzi, dà l’idea che Brahms si sia veramente divertito a comporla. Tutta questa sezione si sviluppa, cresce, fino ad arrivare infine all’ultimo accordo – uno dei più lunghi di tutta l’opera, una breve con corona di valore – che è un vero e proprio sole, ormai alto in cielo e splendente.
L’apoteosi della trasformazione, tuttavia, si trova nel penultimo movimento, il punto cruciale di tutta la composizione. Non appena il baritono svela che “al suono dell’ultima tromba” tutti saremo trasformati, invece di morire, questo processo viene messo in atto. Vita e morte si scontrano fra loro e gli archi, a simboleggiare questa lotta violenta, suonano un turbine di note. Il coro chiede con tono provocante “Morte, dov’è il tuo dardo?”, come se fosse di fronte a lei, sicuro della sua sconfitta, e subito si percepisce l’arrivo della trasfigurazione, quando per pochi secondi l’armonia e il ritmo cambiano e la luce squarcia le tenebre. “Inferno, dov’è il tuo trionfo?”, domanda ancora il coro, più volte e in modo retorico, finché l’ultima ripetizione, scandita in ogni sua parola e con tono vittorioso, afferma finalmente il trionfo sulla morte. Ne è la conferma la fuga successiva, a tratti dal ritmo irresistibile, che celebra la gloria di Dio e il compimento della Parola: “La morte è stata sconfitta”.
La stessa trasformazione si compie, ogni giorno, anche nella vita di A. Prima dell’invasione russa, A. era prima tromba di un’orchestra filarmonica in Ucraina. Ora aggiusta ogni tipo di ottone, dai tromboni alle tube, dai flicorni alle cornette, in un’officina tedesca. Mi dice che ha passato anni ad eseguire in concerto autori quali Mahler e Bruckner, e che suonare è una parte importante della sua vita. Per questo cerca di fare pratica ogni giorno, anche solo quindici minuti nella pausa pranzo, e si dispera quando non ci riesce per tre giorni di fila. Ma riparare strumenti musicali gli piace, lo faceva anche prima della guerra, e prova soddisfazione quando – come allo squillo “dell’ultima tromba” – uno strumento kaputt diventa uno strumento nuovo, tra le sue mani.
Selig sind die Toten, die in dem Herrn sterben, von nun an.
Brahms utilizza un frammento dell’Apocalisse, per concludere Ein deutsches Requiem: “Beati i morti che muoiono nel Signore”. L’Apocalisse di Giovanni è un libro di speranza, scritto a cavallo del primo e secondo secolo d.C., durante l’apice della persecuzione contro i cristiani. Ai fedeli prometteva un cambiamento della loro condizione, assicurando che i potenti sarebbero stati rovesciati dai troni, gli ultimi riscattati dalla povertà e dalla paura, i morti fatti risorgere. Nei momenti più neri e tristi, allora come oggi, quando i diritti umani sono infranti e le vite bruciate senza ragione, è naturale confidare nel ritorno della giustizia, anche per chi non si ritiene religioso.
Recentemente Masha Gessen, giornalista in esilio dalla Russia e di origine ebraica, ha scritto di coltivare l’idea che un giorno Putin verrà processato per i suoi crimini e di voler lavorare finché non potrà raccontare quel processo. “La giustizia internazionale è una religione laica dei nostri tempi”, ha spiegato, perché “chi tra noi non crede in Dio può comunque credere nel giudizio superiore emesso all’Aja”. A mio modo di vedere, la giustizia umana è intrecciata a quella divina, ne è il riflesso, ed entrambe possono emettere quella sentenza che abbatte gli oppressori, libera dai soprusi e “rende giustizia” ai morti innocenti. Per religiosi e non, la giustizia che farà ritorno è una promessa in cui credere, a cui affidarsi, forse la sola consolazione che si può ottenere di fronte alle violazioni e ai crimini contro l’umanità.
Nel Requiem tedesco, il settimo e ultimo movimento riprende quello iniziale, sia con le parole che musicalmente, perché entrambi contengono questa promessa di giustizia, nel dolore come nella morte. Ma se nel primo essa è solo annunciata, promessa appunto, nel settimo Brahms vuole mostrarne la concretezza, l’attuazione, e lo fa liberando e risolvendo l’energia che all’inizio viene solo percepita e trattenuta.
Tutti i musicisti lo sanno, tra ascoltare un brano e suonarlo c’è una grande differenza. Si può dire che il settimo movimento abbia un carattere angelico, o magari estatico. I fiati evocano il Paradiso Terrestre, le arpe richiamano il Regno dei Cieli, ma anche se ciò è avvertibile all’ascolto, lo è fino a un certo punto. Esserci dentro, sentire le altre voci intorno a sé, contribuire attivamente alla creazione della musica: tutto questo è indescrivibile a parole.
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